“Io non scrivo un’opera di storia ma delle vite.............
.........lasciando ad altri di raccontare le grandi lotte.”
Plutarco, Vite Parallele, Vita di Alessandro,I, 1



Cefalonia e Kos non sono solo dei nomi geografici.

Per la nostra storia sono sinonimi di tragedia e di barbarie perpetrate all'indomani dell'armistizio.
Sono la dimostrazione a cosa può spingere la fede militarista e la cieca obbedienza.

Ai fatti accaduti a Cefalonia e a Kos ho dedicato due libri che sono un viaggio nella memoria attraverso le storie degli uomini che combatterono e che furono trucidati per difendere un ideale.

“Non piangere quando muore un amico, piangi quando lo avrai dimenticato perché solo allora lo avrai perduto”. Queste parole, che sono state scritte nel libro dei visitatori del Museo della Divisione “Acqui” nell’isola di Cefalonia, mi hanno fatto da guida nella ricerca degli avvenimenti verificatisi dopo l'armistizio. L'Italia ha dimenticato quegli uomini e non ha ancora riscattato il loro sacrificio.

Nell’ascoltare le testimonianze e la descrizione del rientro in Italia dei reduci ho rivissuto la mia giovane età quando, undicenne, incontrai mio padre che ritornava dalla prigionia dopo cinque anni. Menomato nel fisico e segnato nel morale; era percorso da un fremito ogni volta che, guardando un film, vedeva lanciare un siluro contro una nave. Eppure, quando la sua gamba ferita glielo permetteva, molto spesso era lì, al Ponte Girevole di Taranto, per vedere sfilare silenziose le navi da guerra: la sua vita. Non batteva le mani, come facevano tanti accanto a lui. Si toglieva il cappello, assumeva la posizione di attenti, mentre lo sguardo scrutava lontano fino alle acque di Creta dove fu affondata la sua nave: l’ Incrociatore Bartolomeo Colleoni.
Avevo sei anni quando iniziò la guerra, ma sento ancora il lugubre suono delle sirene, il cupo rombo dei bombardieri, il bagliore delle vampe con i boati delle cannonate e la corsa affannosa nei rifugi.